Un viaggio nella ferita invisibile che ci plasma, nel bisogno di essere amati e nella rinascita interiore attraverso la Numerologia e il potere dell’anima.

QUANDO TI SENTI SOLO ANCHE TRA LA GENTE
C’è una solitudine che non si vede.
Non è quella delle stanze vuote o dei messaggi che non arrivano.
È quella che senti nel petto, anche quando qualcuno ti stringe la mano.
È quel silenzio gelido che ti attraversa anche mentre sorridi, perché una parte di te si sente invisibile.
Io questa ferita l’ho conosciuta.
E non per caso.
Mi ha cresciuto.
Mi ha spinto.
Mi ha anche rotto in mille pezzi.
Ma oggi posso dire che mi ha reso ciò che sono diventato.
La ferita dell’abbandono non è un evento.
È una frequenza che ti accompagna per anni, se non impari ad ascoltarla.
E prima di guarirla, devi guardarla in faccia.
Devi farci pace.
Devi capire cosa ti vuole insegnare.

LA MIA FERITA, IL MIO FUOCO
Per molto tempo ho pensato che il dolore fosse qualcosa da evitare.
Da sistemare. Da rimuovere.
In realtà il dolore non vuole essere evitato.
Vuole essere ascoltato.
E io, finché non ho trovato il coraggio di restare in quel vuoto, ho continuato a ripetere gli stessi schemi:
• cercavo negli altri la conferma che non riuscivo a darmi;
• costruivo relazioni partendo dalla paura di essere lasciato;
• mi adattavo, pur di non essere rifiutato.
Poi un giorno, nel silenzio di una scrittura notturna, ho sentito una verità scomoda:
non mi ero mai scelto davvero.
Aspettavo che qualcuno lo facesse per me.

LA FERITA DELL’ABBANDONO NON NASCE DA SOLA
Questa ferita nasce nei primi anni di vita.
A volte per un distacco reale, a volte solo percepito.
Un genitore emotivamente assente.
Un’attenzione mancata nel momento in cui ne avevi più bisogno.
Un senso di rifiuto o una mancanza di sguardo che ti ha fatto credere, da piccolo, che “non eri abbastanza”.
Da lì nasce tutto.
E quella ferita diventa una lente.
Vedi il mondo da lì.
Cerchi amore da lì.
Ma è una lente che deforma.
Perché ti porta a mendicare amore, invece che a riceverlo con dignità.
Come ci ricorda Bert Hellinger, ‘L’amore agisce anche quando ferisce. È la nostra coscienza che lo giudica.’
Da questa verità ha preso forma l’approccio di Gabriele Policardo, che nelle biocostellazioni spirituali ci insegna a guardare la ferita dell’abbandono come una porta: una soglia invisibile che ci riconnette al destino di chi ci ha preceduti.

COSA CI DICONO LE COSTELLAZIONI SPIRITUALI SULLA FERITA DELL’ABBANDONO –
GLI ALTRI NOSTRI SÉ
Se invece di pensare a noi come degli individui, pensassimo a noi stessi come dei condomini? Ma chi abita veramente in noi? Ci siamo noi con il nostro io e i nostri genitori, i nonni, gli esclusi, e probabilmente molto altro.
Cit. Gabriele Policardo.
Secondo l’approccio spirituale delle BioCostellazioni, così come insegnato da Gabriele Policardo, la ferita dell’abbandono non nasce soltanto da un trauma vissuto in prima persona.
Spesso è l’eco di una storia più antica. Una storia che non ci appartiene direttamente, ma che ci abita comunque.
Nel linguaggio delle costellazioni, questa è l’anima del sistema familiare che agisce dentro di noi.
Un campo invisibile, ma estremamente reale, in cui fluiscono memorie, dolori, esclusioni e destini che attraversano le generazioni.
Può accadere che un bambino si senta abbandonato anche se nessuno lo ha mai lasciato, perché dentro di lui sta “rappresentando” qualcun altro: un fratello mai nato, una madre che ha perso un figlio, un nonno dimenticato, un amore non vissuto.
Come spiega Policardo, “Non viviamo solo la nostra vita. A volte, portiamo inconsapevolmente quella di chi è venuto prima di noi.”
Ecco perché a volte ci sentiamo rifiutati senza motivo.
Ecco perché desideriamo amore con un’intensità che ci spaventa.
Ecco perché continuiamo a inseguire presenze che sembrano sempre sul punto di andarsene.
In fondo, stiamo solo cercando di riportare equilibrio a una storia che ci attraversa da molto prima che nascessimo.
Ma ecco la verità trasformativa: non siamo condannati a portare questo peso per sempre.
Quando riconosciamo la dinamica invisibile, quando onoriamo chi è stato escluso o dimenticato, quando comprendiamo che non serve più “pagare” al posto di nessuno… accade qualcosa di miracoloso.
L’amore smette di essere bisogno.
La ferita si trasforma in comprensione.
E quel vuoto dentro si apre alla luce della coscienza.
Non guarirai tornando nel passato.
Guarirai scegliendo di essere presente con tutta la verità del tuo cuore.
E allora, se è vero che ogni ferita custodisce un’origine più grande, forse possiamo smettere di chiederci ‘perché è successo?’ e iniziare a domandarci: cosa vuole guarire, dentro di me, attraverso tutto questo?
È qui che la Numerologia entra in scena non come spiegazione, ma come mappa. Perché a volte, per uscire da un dolore, non serve capire, ma ricordare chi siamo davvero.

NUMEROLOGIA CALDEA: LA FERITA SCRITTA NEI NUMERI
In Numerologia Antica, la ferita dell’abbandono si manifesta spesso nelle persone con Karma 2, 5 o 7.
Numeri profondamente sensibili, ricettivi, spirituali.
- Il 2 teme di non essere desiderato.
- Il 5 teme di essere limitato, costretto, abbandonato nella libertà.
- Il 7 teme di essere solo per sempre.
Ma questa non è una condanna.
È una chiamata.
Una chiamata a diventare interi.
A trovare in sé ciò che il mondo non ha saputo dare.
A trasmutare il bisogno in forza.
Il vuoto in potere.
La dipendenza in centratura.

IL BISOGNO NON È AMORE
Per guarire dalla ferita dell’abbandono, la prima cosa che devi comprendere è questa:
il bisogno non è amore.
Spesso diciamo “Ti amo”, ma dentro intendiamo: “Ho bisogno che tu mi scelga, perché non riesco a scegliere me stesso.”
E questa è la radice del dolore.
Finché continui ad aspettare che qualcuno ti riempia, ti sentirai sempre vuoto.
Per questo il primo vero atto d’amore è sceglierti tu.
Scegliti quando ti senti fragile.
Scegliti quando hai paura.
Scegliti anche quando ti sembra di non valere abbastanza.
Perché se impari a restare con te nessuno potrà più abbandonarti davvero.

IL RITO DEL RITORNO
Un giorno ho deciso di riscrivere la mia storia.
Non con una penna. Ma con un rituale.
Era sera.
Ho acceso una candela.
Ho scritto su un foglio tutte le volte in cui mi sono sentito abbandonato.
Da chi. Da cosa. In che modo.
Poi ho respirato profondamente.
E per ognuna di quelle situazioni ho detto ad alta voce: “Ti vedo. Ti riconosco. Ti lascio andare. E ora, scelgo me.”
L’ho fatto piangendo.
Con il cuore che batteva.
Ma quando ho finito quel buco nel petto era diventato spazio.
Spazio per me.

IL POTERE DEI MANTRA PER GUARIRE IL VUOTO
Nel mio percorso ho usato anche i mantra.
E tra tutti, uno è diventato la mia ancora: So Ham – Io Sono Quello.
Un mantra antico che ti riporta all’unione col Tutto.
Che ti ricorda che non sei mai stato solo.
Recitandolo nel silenzio, ho sentito che quella voce che cercavo negli altri era sempre stata dentro di me.
Non sei abbandonato.
Sei guidato.
Sempre.

LA TRASFORMAZIONE SPIRITUALE DELLA FERITA
Ogni ferita contiene una soglia.
Attraversarla è un rito di passaggio.
La ferita dell’abbandono, se accolta, ti rende potente.
Ti fa:
• imparare a bastarti senza isolarti;
• amare senza dipendere;
• accogliere senza annullarti.
Ti insegna che il vero amore non arriva quando sei perfetto.
Arriva quando sei intero.
Quando non chiedi a nessuno di salvarti.
Quando ti riconosci come l’unica fonte che può davvero riempirti.

UN RITUALE DI TRASFORMAZIONE IN 5 PASSI
1. Scrivi le frasi che hai detto a te stesso nei momenti di abbandono.
(Es. “Non valgo”, “Non sono abbastanza”, “Mi lasceranno”.)
2. Sostituiscile con frasi nuove.
(Es. “Sono degno di amore”, “Mi scelgo”, “Sono sempre al sicuro con me”.)
3. Respira ogni mattina per 3 minuti nel tuo cuore, ripetendo la nuova frase.
4. Abbracciati fisicamente, ogni volta che senti il vuoto tornare.
5. Affida ogni mancanza all’universo. Dille: “Ti vedo, ma ora scelgo di evolvere.”

NON SEI VENUTO PER ESSERE ABBANDONATO
La tua anima non ha scelto la Terra per essere rifiutata.
Ha scelto questa incarnazione per:
• guarire il senso di separazione,
• riconnettersi all’amore più puro,
• e scoprire che la casa che hai sempre cercato, eri tu.
Ogni volta che qualcuno ti ha lasciato, qualcosa dentro ti ha chiamato.
Ti ha invitato a tornare a te.
A ricordare chi sei.
A non dipendere mai più da ciò che è fuori per sentirti completo dentro.
“Il vuoto che senti non è mancanza. È lo spazio sacro in cui può finalmente nascere la tua verità.”
Se leggendo hai sentito qualcosa vibrare dentro di te, allora non ignorarlo.
Quella vibrazione è la tua anima che ti chiama.
Ascoltala.
Abbracciala.
E rispondi, una volta per tutte, con la frase più potente che esista: “Io mi scelgo.”
Un abbraccio
Roberto Lionarth Tomasone

